Dietro
02/12/25
Claudia Segre: amarsi è un atto di resilienza
Chi è Claudia
Segre, davvero?
Una prima risposta ve la forniamo noi: una donna che ha a cuore l’amore per se stessa e che si batte affinché ognuna di noi, possa essere altrettanto fiera di esserlo.
Attivista in un settore delicato come quello della Parità di Genere, è la Presidente, oltre che Fondatrice, di GlobalThikingFoundation; si batte per la prevenzione della violenza economica e dell’abuso finanziario.
Tutti temi di un’attualità sconvolgente, e che vogliamo sviscerare insieme a lei.
F.F. Raccontaci come sei diventata donna, qual è stato, cioè, il tuo percorso di crescita e a cui le nostre lettrici potrebbero ispirarsi: soprattutto: come si diventa “competente”- una parola tanto “cara” anche al settore scolastico- in un’attualità così versatile, se non addirittura caleidoscopica?
C.S. Simone de Beauvoir ci ha lasciato un messaggio potente: «donna non si nasce, lo si diventa». Nel mio percorso personale e professionale, ho compreso quanto sia vero che l’identità femminile non è un punto di partenza, ma una costruzione che evolve nel tempo, intrecciandosi con sfide, conquiste e soprattutto momenti di crescita interiore. Essere donna, per me, ha significato affrontare non solo ciò che è rimasto come strascico della cultura patriarcale, (che ha imperversato sino alla metà degli anni 70 nei quali è stato riformato il diritto di famiglia ), che spesso ci incasellava in ruoli rigidi, ma anche l’opportunità di trasformare quelle etichette in strumenti di emancipazione. Imparare a costruire sulle esperienze e sulle proprie fragilità per assaporare i traguardi come fonte di competenza e consapevolezza.
Oggi, in una società da te correttamente identificata come sempre più caleidoscopica, diventare competenti non è un traguardo lineare, ma il frutto di una continua negoziazione tra il sapere, la pratica e la nostra identità. Non si tratta solo di accumulare conoscenze, ma di affinare la capacità di ascoltare, adattarsi e agire in contesti in continua evoluzione.
Filosofe come Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo ci invitano nel loro recente libro di successo “Donna si nasce”, a non temere questa differenza, ma a rivendicarla come una forza propulsiva, soprattutto in un mondo che tende a neutralizzarla in nome di un’inclusività che rischia di diventare cancellazione. Io ho fatto mio questo insegnamento nel mio attivismo civile, lavorando per un femminismo che non neghi il dato biologico, ma che sappia valorizzarlo senza ridurlo a una causa di subordinazione. Diventare competenti, dunque, significa per me saper navigare queste contraddizioni, mantenendo uno sguardo sempre orientato al futuro con pensiero lungimirante e, al tempo stesso, inclusivo.
F.F. Come abbiamo accennato, sei coinvolta in diverse battaglie “rosa” o meglio di “genere”: quale futuro ha questa parola, in un mondo in cui spesso si fa confusione su tematiche che rischiano di essere trattate in maniera sempre più inconsapevole, se non addirittura estrema…
C.S. Se pensiamo che il rosa un tempo era il colore della virilità sino all’Ottocento ed ancora oggi la stessa Gazzetta dello Sport ricorda questa attribuzione di genere. È proprio il dibattito su sesso e genere è un esempio emblematico di questa complessità: viviamo in un’epoca in cui il linguaggio e i confini identitari stanno cambiando rapidamente, ma credo fermamente che la differenza femminile resti un punto cardine da cui partire per costruire libertà autentiche, non un ostacolo da superare. Significa accettare la complessità, senza perdere la nostra voce in un dibattito spesso opaco e polarizzato. E soprattutto, significa non dimenticare mai che la nostra storia di donne – con le sue lotte per diritti fondamentali, dalla libertà riproduttiva alla parità salariale – rimane al centro del nostro cammino. Perché credo fermamente che competenze autentiche si costruiscono con il tempo e nascono anche dal saper riconoscere il valore della propria storia, senza cedere a semplificazioni o compromessi.
F.F. Secondo te, quando, una donna, si può dire realizzata al giorno d’oggi, tra ambizioni di carriera e quelle più propriamente sentimentali?
C.S. Oggi, una donna si può dire realmente realizzata quando riesce a definire il proprio equilibrio personale e non quando aderisce a modelli esterni, spesso imposti da società o contesti familiari. La realizzazione non è un punto d’arrivo universale, ma un percorso in continua evoluzione, fatto di scelte consapevoli e libertà di costruire la propria identità. Una donna può sentirsi realizzata nella carriera, nella famiglia, in entrambi o in nessuno dei due, purché sia lei a decidere. Per questo è uno dei progetti della fondazione al quale sono maggiormente legata l'ho intitolato: “Libere di…VIVERE”. È fondamentale liberarci dalla pressione di dover dimostrare sempre qualcosa per sentirci “abbastanza”, ma essere liberi di fare scelte giuste o sbagliate che siano solo nostre. La vera conquista è avere il coraggio di ascoltare se stesse e rispettare le proprie ambizioni senza paura del giudizio altrui.
F.F. Ti è mai capitato di essere “osteggiata” da un’amica che si è sentita, in qualche modo, in pericolo dalle tue competenze?
C.S. Sì, è capitato. E quando succede, il primo istinto è di farsi delle domande su cosa si è fatto di sbagliato. Ma la verità è che non è un problema tuo che ti deve affliggere, spesso è una questione di condivisione di incomprensioni oppure di malesseri che l’altra persona sta affrontando. In quei momenti ho imparato che non possiamo sempre aspettarci sostegno nemmeno da chi ci è vicino, soprattutto in ambienti dominati da cariche apicali esclusivamente maschili, perché molte donne, purtroppo, crescono con l’idea di competere per uno spazio limitato, e per la loro sopravvivenza e non per costruire insieme uno spazio più grande. Poi per la generazione Millenial anche il retaggio di una cultura del “posto unico” ci ha danneggiate. Per me queste esperienze son state un invito a riflettere sul valore della solidarietà femminile, perché solo supportandoci possiamo rompere questi meccanismi nocivi, che spesso vedono donne tacere sotto il peso di pregresse molestie o violenze domestiche, e reagire in maniera scomposta per un disagio interiore che dobbiamo ascoltare e mai negargli la giusta attenzione. In fondo, anche il confronto con chi ti osteggia può essere una lezione di crescita. Giudicare senza riflettere prima sul perché un’amica si possa sentire sminuita o minacciata è un errore che porta a perdere spesso, e senza opportunità di recupero, amicizie e persone importanti per il nostro percorso di vita. A volte però son segnali che il percorso insieme è terminato, ed anche in questo caso occorre essere pragmatiche e sincere con sé stesse.
F.F. Infine, la domanda di rito: come si impara ad amarsi, in un momento storico così contraddittorio, tra sfide/challenge virtuali e quelle quotidiane?
C.S. Amarsi è un atto di resilienza che deve sempre vederci pronti a confrontarci con la Vita a cuore e mente aperta. Siamo inondate da messaggi che ci fanno sentire inadeguate, dai canoni estetici ad obiettivi inarrivabili che vediamo sbandierati sui social. La prima cosa da fare è riprendere contatto con la realtà. L’amore per se stesse nasce dalla consapevolezza di non dover essere perfette, soprattutto non per gli altri, ma per valere autenticamente, e significa accettare le proprie fragilità come parte di sé, imparare a dire “no” quando è necessario, e soprattutto non avere paura di chiedere aiuto. Metabolizzare ed imparare dagli errori son convinta faccia parte dell’amore per se stesse, perché sono quei momenti che ci insegnano a rialzarci più forti, e per me e’ sempre stato così. E forse, proprio in questo equilibrio tra vulnerabilità e forza, sta il segreto per navigare le contraddizioni del nostro tempo e superare le complessità della società attuale. Dedicandomi al progetto della mia Fondazione ciò che mi ha guidato è stato il talento accresciuto nel tempo , superando ostacoli e la raggiunta consapevolezza di essere capace di moltiplicare quel talento nell’impegno per gli altri e negli altri , per le Donne e con le Donne sempre.
Una prima risposta ve la forniamo noi: una donna che ha a cuore l’amore per se stessa e che si batte affinché ognuna di noi, possa essere altrettanto fiera di esserlo.
Attivista in un settore delicato come quello della Parità di Genere, è la Presidente, oltre che Fondatrice, di GlobalThikingFoundation; si batte per la prevenzione della violenza economica e dell’abuso finanziario.
Tutti temi di un’attualità sconvolgente, e che vogliamo sviscerare insieme a lei.
F.F. Raccontaci come sei diventata donna, qual è stato, cioè, il tuo percorso di crescita e a cui le nostre lettrici potrebbero ispirarsi: soprattutto: come si diventa “competente”- una parola tanto “cara” anche al settore scolastico- in un’attualità così versatile, se non addirittura caleidoscopica?
C.S. Simone de Beauvoir ci ha lasciato un messaggio potente: «donna non si nasce, lo si diventa». Nel mio percorso personale e professionale, ho compreso quanto sia vero che l’identità femminile non è un punto di partenza, ma una costruzione che evolve nel tempo, intrecciandosi con sfide, conquiste e soprattutto momenti di crescita interiore. Essere donna, per me, ha significato affrontare non solo ciò che è rimasto come strascico della cultura patriarcale, (che ha imperversato sino alla metà degli anni 70 nei quali è stato riformato il diritto di famiglia ), che spesso ci incasellava in ruoli rigidi, ma anche l’opportunità di trasformare quelle etichette in strumenti di emancipazione. Imparare a costruire sulle esperienze e sulle proprie fragilità per assaporare i traguardi come fonte di competenza e consapevolezza.
Oggi, in una società da te correttamente identificata come sempre più caleidoscopica, diventare competenti non è un traguardo lineare, ma il frutto di una continua negoziazione tra il sapere, la pratica e la nostra identità. Non si tratta solo di accumulare conoscenze, ma di affinare la capacità di ascoltare, adattarsi e agire in contesti in continua evoluzione.
Filosofe come Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo ci invitano nel loro recente libro di successo “Donna si nasce”, a non temere questa differenza, ma a rivendicarla come una forza propulsiva, soprattutto in un mondo che tende a neutralizzarla in nome di un’inclusività che rischia di diventare cancellazione. Io ho fatto mio questo insegnamento nel mio attivismo civile, lavorando per un femminismo che non neghi il dato biologico, ma che sappia valorizzarlo senza ridurlo a una causa di subordinazione. Diventare competenti, dunque, significa per me saper navigare queste contraddizioni, mantenendo uno sguardo sempre orientato al futuro con pensiero lungimirante e, al tempo stesso, inclusivo.
F.F. Come abbiamo accennato, sei coinvolta in diverse battaglie “rosa” o meglio di “genere”: quale futuro ha questa parola, in un mondo in cui spesso si fa confusione su tematiche che rischiano di essere trattate in maniera sempre più inconsapevole, se non addirittura estrema…
C.S. Se pensiamo che il rosa un tempo era il colore della virilità sino all’Ottocento ed ancora oggi la stessa Gazzetta dello Sport ricorda questa attribuzione di genere. È proprio il dibattito su sesso e genere è un esempio emblematico di questa complessità: viviamo in un’epoca in cui il linguaggio e i confini identitari stanno cambiando rapidamente, ma credo fermamente che la differenza femminile resti un punto cardine da cui partire per costruire libertà autentiche, non un ostacolo da superare. Significa accettare la complessità, senza perdere la nostra voce in un dibattito spesso opaco e polarizzato. E soprattutto, significa non dimenticare mai che la nostra storia di donne – con le sue lotte per diritti fondamentali, dalla libertà riproduttiva alla parità salariale – rimane al centro del nostro cammino. Perché credo fermamente che competenze autentiche si costruiscono con il tempo e nascono anche dal saper riconoscere il valore della propria storia, senza cedere a semplificazioni o compromessi.
F.F. Secondo te, quando, una donna, si può dire realizzata al giorno d’oggi, tra ambizioni di carriera e quelle più propriamente sentimentali?
C.S. Oggi, una donna si può dire realmente realizzata quando riesce a definire il proprio equilibrio personale e non quando aderisce a modelli esterni, spesso imposti da società o contesti familiari. La realizzazione non è un punto d’arrivo universale, ma un percorso in continua evoluzione, fatto di scelte consapevoli e libertà di costruire la propria identità. Una donna può sentirsi realizzata nella carriera, nella famiglia, in entrambi o in nessuno dei due, purché sia lei a decidere. Per questo è uno dei progetti della fondazione al quale sono maggiormente legata l'ho intitolato: “Libere di…VIVERE”. È fondamentale liberarci dalla pressione di dover dimostrare sempre qualcosa per sentirci “abbastanza”, ma essere liberi di fare scelte giuste o sbagliate che siano solo nostre. La vera conquista è avere il coraggio di ascoltare se stesse e rispettare le proprie ambizioni senza paura del giudizio altrui.
F.F. Ti è mai capitato di essere “osteggiata” da un’amica che si è sentita, in qualche modo, in pericolo dalle tue competenze?
C.S. Sì, è capitato. E quando succede, il primo istinto è di farsi delle domande su cosa si è fatto di sbagliato. Ma la verità è che non è un problema tuo che ti deve affliggere, spesso è una questione di condivisione di incomprensioni oppure di malesseri che l’altra persona sta affrontando. In quei momenti ho imparato che non possiamo sempre aspettarci sostegno nemmeno da chi ci è vicino, soprattutto in ambienti dominati da cariche apicali esclusivamente maschili, perché molte donne, purtroppo, crescono con l’idea di competere per uno spazio limitato, e per la loro sopravvivenza e non per costruire insieme uno spazio più grande. Poi per la generazione Millenial anche il retaggio di una cultura del “posto unico” ci ha danneggiate. Per me queste esperienze son state un invito a riflettere sul valore della solidarietà femminile, perché solo supportandoci possiamo rompere questi meccanismi nocivi, che spesso vedono donne tacere sotto il peso di pregresse molestie o violenze domestiche, e reagire in maniera scomposta per un disagio interiore che dobbiamo ascoltare e mai negargli la giusta attenzione. In fondo, anche il confronto con chi ti osteggia può essere una lezione di crescita. Giudicare senza riflettere prima sul perché un’amica si possa sentire sminuita o minacciata è un errore che porta a perdere spesso, e senza opportunità di recupero, amicizie e persone importanti per il nostro percorso di vita. A volte però son segnali che il percorso insieme è terminato, ed anche in questo caso occorre essere pragmatiche e sincere con sé stesse.
F.F. Infine, la domanda di rito: come si impara ad amarsi, in un momento storico così contraddittorio, tra sfide/challenge virtuali e quelle quotidiane?
C.S. Amarsi è un atto di resilienza che deve sempre vederci pronti a confrontarci con la Vita a cuore e mente aperta. Siamo inondate da messaggi che ci fanno sentire inadeguate, dai canoni estetici ad obiettivi inarrivabili che vediamo sbandierati sui social. La prima cosa da fare è riprendere contatto con la realtà. L’amore per se stesse nasce dalla consapevolezza di non dover essere perfette, soprattutto non per gli altri, ma per valere autenticamente, e significa accettare le proprie fragilità come parte di sé, imparare a dire “no” quando è necessario, e soprattutto non avere paura di chiedere aiuto. Metabolizzare ed imparare dagli errori son convinta faccia parte dell’amore per se stesse, perché sono quei momenti che ci insegnano a rialzarci più forti, e per me e’ sempre stato così. E forse, proprio in questo equilibrio tra vulnerabilità e forza, sta il segreto per navigare le contraddizioni del nostro tempo e superare le complessità della società attuale. Dedicandomi al progetto della mia Fondazione ciò che mi ha guidato è stato il talento accresciuto nel tempo , superando ostacoli e la raggiunta consapevolezza di essere capace di moltiplicare quel talento nell’impegno per gli altri e negli altri , per le Donne e con le Donne sempre.
Scritto da:
Federica Ferretti
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